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SPUNTI DI RIFLESSIONE SULLA CONDIZIONE FEMMINILE IN ITALIA

Pubblichiamo il documento elaborato dalla Conferenza delle Donne democratiche di Prato nel luglio 2013

L’OCCUPAZIONE FEMMINILE COSTITUISCE UNA RICCHEZZA PER TUTTO IL PAESE

Il World Economic Forum presenta ogni anno il Global Gender Gap Index, un rapporto che misura il divario tra uomini e donne in termini di pari opportunità in 134 paesi.

Secondo l’ultimo rapporto, l’Italia si colloca all’87° posto per quanto riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro con una percentuale di occupate pari al 52% (al Sud la situazione è ancora più grave, con una percentuale altissima di donne inattive). Il nostro paese è al penultimo posto tra i paesi dell’Unione Europea, seguito solo da Malta.

Il dato si è mantenuto stabile negli ultimi anni (anche se si è avuto un tracollo del numero di donne impiegate nel settore industriale), ma l’occupazione femminile si conferma comunque di qualità più bassa con una forte presenza di contratti a tempo determinato e atipici. Questo dato ha un’influenza sia sul reddito, che sulle possibilità di carriera.

Sempre secondo il rapporto, infatti, l’Italia è al 126esimo posto per divario reddituale fra uomo e donna, posizione che ha mantenuto stabilmente negli ultimi tre anni. Anche il part-time è sempre più diffuso, ma spesso non si tratta di un modo per conciliare i compiti di cura con la carriera lavorativa, quanto di un’imposizione da parte del datore di lavoro (il 50% delle lavoratrici dichiara di svolgere un part time involontario).

Questo divario appare ancora più ingiustificato se si considera il livello di istruzione mediamente più alto delle donne rispetto agli uomini. In Italia, secondo AlmaLaurea, le donne sono il 60% dei laureati, ma già ad un anno dalla laurea le differenze fra uomini e donne, in termini occupazionali, risultano significative (7,5 punti percentuali: lavorano 55,5 donne e 63 uomini su cento). A parità di titolo di studio, le laureate guadagnano meno rispetto ai colleghi maschi. La differenza, a 5 anni dalla laurea, è già del 30% e tende ad aumentare durante la carriera.

E’ chiaro quindi che siamo di fronte al permanere di fenomeni di discriminazione sia diretta che indiretta.

La disoccupazione femminile costituisce per il nostro paese un incredibile spreco di capitale umano. Secondo uno studio della Banca d’Italia un tasso di occupazione femminile pari al 60% consentirebbe una crescita del Pil italiano pari al 7%.

Nel pacchetto di norme sul lavoro presentato dal governo, sono presenti, giustamente, incentivi per l’occupazione dei giovani. Chiediamo che siano prese in considerazione anche norme che favoriscano un aumento dell’occupazione femminile. Se incentivate, le donne dimostrano una grande reattività, sono tante infatti (spesso più degli uomini), le donne che partecipano ai corsi di formazione organizzati dalle Province e dai Centri per l’Impiego e che aderiscono ai progetti di auto imprenditoria.

E’ evidente, poi, che oltre agli incentivi alle assunzioni e alla stabilizzazione, siano necessarie anche misure che alleggeriscano il carico di lavoro delle donne per i compiti di cura e favoriscano la flessibilità degli orari di lavoro per una vera politica di conciliazione dei tempi. Bisogna poi richiedere il ripristino della norma contro le dimissioni in bianco prevista dal governo Prodi nel 2007 che, rispetto all’attuale normativa reintrodotta dopo l’abolizione dal ministro Fornero, garantiva una maggiore prevenzione delle falsificazioni.

L’OCCUPAZIONE FEMMINILE PASSA ATTRAVERSO LA TUTELA DELLA MATERNITÀ

Il lavoro femminile non è più un ostacolo alla natalità, anzi nei Paesi avanzati, a differenza di quanto avveniva in passato, se le donne hanno meno opportunità occupazionali fanno meno figli. Viceversa, la fecondità è maggiore nei Paesi ad elevata occupazione femminile. Questa considerazione è tristemente confermata dai dati italiani. L’Italia è il Paese con il tasso di natalità più basso d’Europa. Il dato non sorprende se teniamo in conto tutti i fattori che nel nostro paese limitano le possibilità dei giovani di costituire una famiglia e le difficoltà che affrontano le lavoratrici dopo la gravidanza. Tra le donne fra i 25 ed i 45 anni il tasso di occupazione dopo la nascita di un bambino passa dal 63% al 50%.

Trovare lavoro dopo la nascita di un figli è reso difficile in molte aree del paese dalla mancanza di servizi quali in particolare gli asili nido.

Ma anche in regioni come la Toscana, dove i servizi all’infanzia sono sempre stati considerati un fiore all’occhiello, la crisi degli ultimi 5 anni, con la perdita del lavoro da parte di molte donne, ha influito sul ricorso ai servizi. Le domande di inserimento negli asili nido pratesi, ad esempio, hanno subito un calo esponenziale negli ultimi due anni.

Evidentemente le donne disoccupate con figli non possono sostenere i costi del servizio e preferiscono lasciare i bambini a casa, diminuendo così sia le proprie possibilità occupazionali future che le opportunità educative dei propri figli. E’ necessario mettere in campo politiche di riduzione delle rette per le fasce più deboli e ribadire il valore pedagogico e occupazionale degli asili nido. Prevenire la riduzione di questi servizi costituisce poi anche un’importante misura di salvaguardia per i lavoratori del settore, la maggior parte dei quali sono donne.

E’ necessaria poi la parificazione delle forme di tutela previste per tutte le tipologie contrattuali e l’introduzione di misure a sostegno della maternità delle lavoratrici autonome e delle donne disoccupate. Un’altra misura che potrebbe prevenire i licenziamenti conseguenti alla gravidanza e allo stesso tempo favorire una divisone paritaria dei compiti di cura è l’introduzione del congedo parentale obbligatorio anche per i padri nei primi tre anni di vita del bambino. E’ stato poi più volte proposto il bonus bebè, già presente in alcuni paesi europei quali la Germania per permettere alle giovani famiglie di affrontare gli alti costi legati alla puericultura.

PIU’ SERVIZI PER LIBERARE LE DONNE DAL “DOPPIO SI’”

Le donne costituiscono il 76% dei “primary caregivers” (Istat 2010), il che significa che sono loro a farsi carico del lavoro domestico e familiare di cura dei bambini, degli anziani, dei malati e dei disabili. Il “doppio sì” al lavoro e alla famiglia si trasforma quindi nella maggior parte dei casi in un doppio lavoro. Anche gli assistenti familiari assunti dalle famiglie per sopperire alla carenza di servizi pubblici ai non autosufficienti sono principalmente donne.

L’innalzamento dell’età pensionabile per le donne del settore pubblico e del settore privato rischia di aumentare il carico di lavoro delle donne in una fascia di età in cui si assiste ad un aumento delle attività di cura dovuto alla presenza spesso contemporanea di nipoti e genitori non autosufficienti. Sarebbe stato quindi necessario utilizzare i risparmi derivanti da questa misura per investimenti nei servizi dedicati all’infanzia e alla non autosufficienza. Abbiamo invece assistito all’eliminazione del fondo per la non autosufficienza e a continui tagli agli enti locali.

Dopo l’equiparazione dell’età pensionabile alla media europea si attende ancora un’equiparazione all’Europa su tutti gli altri fronti con il passaggio della responsabilità dei compiti di cura dalle famiglie ai servizi pubblici.

LE DONNE MIGRANTI

In una provincia con una così alta densità di popolazione proveniente da altri paesi, non si può non avviare una riflessione sulle donne migranti. Per loro, le considerazioni esposte nei paragrafi precedenti vanno a sommarsi alla condizione di migranti con effetti molto diversificati. Se per le ragazze di seconda generazione la questione principale è l’ottenimento della cittadinanza e la prevenzione di fenomeni di discriminazione basati su odiosi stereotipi etnici (problemi che condividono totalmente con i loro coetanei uomini), altri sono i problemi delle immigrate di prima generazione. Per quelle che arrivano con ricongiungimento familiare, in particolare, il primo problema è la barriera linguistica che rischia di portare all’isolamento e alla chiusura verso l’esterno. E’ quindi necessario favorire la diffusione dei corsi di lingua e dei servizi di mediazione in tutti i presìdi del territorio, in particolare nelle struttura sanitarie. Abbattere le barriere è importantissimo, anche perché da sempre le donne sono gli alfieri dell’integrazione per la loro capacità di intrecciare relazioni sociali e perché le professioni che svolgono più di frequente sono quelle a maggior contatto con la popolazione autoctona. L’accesso al mercato del lavoro è un fondamentale strumento per ottenere indipendenza economica e autonomia personale.

E’ quindi fondamentale per queste donne riuscire ad accedere ai servizi offerti dalle amministrazioni locali, dato che la lontananza della famiglia d’origine impedisce di beneficiare del supporto che questa tradizionalmente offre alle donne lavoratrici.

L’accesso al mondo del lavoro è reso poi più difficile dal mancato riconoscimento dei titoli di studio (anche in questo caso con un enorme spreco di capitale umano) e dal fatto che la crisi ha rotto il paradigma che vedeva il settore dell’assistenza familiare sostanzialmente riservato alle donne straniere con l’ingresso nel settore di un numero crescente di donne italiane. Un discorso a parte va poi riservato alle donne vittime della tratta e dello sfruttamento della prostituzione e alle donne che lavorano in condizioni di sfruttamento in molte aziende tessili della nostra città. Una società democratica deve impegnarsi per garantire i diritti di tutti e la lotta allo sfruttamento, di qualsiasi forma, deve essere una priorità.

LOTTA ALLA VIOLENZA

Un fenomeno da sempre presente, ma solo di recente salito agli onori della cronaca è il femminicidio e più in generale la violenza di genere. Si tratta di un fenomeno trasversale che colpisce le donne indipendentemente dalla loro nazionalità, condizione sociale e grado di istruzione, così come i perpetratori di violenza sono spesso persone che non mostrano segni di disagio particolarmente evidenti. Il fenomeno della violenza non può essere affrontato a compartimenti stagni, cioè come un problema sanitario dalla ASL o un problema solo giudiziario dalle forze dell’ordine, ma, soprattutto in un fenomeno come questo, sociale, sanitario e legalità sono fortemente intrecciati. E’ necessario quindi creare una rete tra tutti i soggetti coinvolti, così come da tempo si sta cercando di fare nella nostra Provincia, lavorando sulla formazione del personale interessato e sull’elaborazione di procedure comuni. Va poi implementata su tutto il territorio nazionale la rete dei centri antiviolenza che possono fornire assistenza psicologica e sicurezza alle donne che hanno il coraggio di denunciare. Il nostro Parlamento ha recentemente ratificato la Convenzione di Istanbul con la quale i firmatari si impegnano ad introdurre nei propri ordinamenti nuove tipologie di reato e a svolgere un’attività di prevenzione e protezione delle vittime. E’ necessario che i nostri organi legislativi agiscano presto per evitare che resti lettera morta.

Un capitolo a parte è quello della giustizia: se è vero che le norme attuali possono essere rese più incisive (ad esempio introducendo la possibilità di procede d’ufficio nel caso in cui non vi sia denuncia da parte della vittima), è anche vero che il problema più grave oggi sono i tempi della giustizia, sempre più dilatati dalla mancanza di risorse e che rischiano di rendere inefficace qualsiasi previsione normativa. Oltre all’emergenza c’è poi da affrontare il tema della prevenzione perché il fenomeno si combatte soprattutto a livello culturale a partire dall’educazione delle giovani generazioni.

DEMOCRAZIA PARITARIA

La rappresentanza femminile nella classe dirigente è sempre stata, seppur autorevole, molto scarsa in politica e negli organismi amministrativi e istituzionali, ma anche nei consigli di amministrazione delle aziende e nelle dirigenze di sindacati, associazioni di categoria, ecc….. Quello del “tetto di cristallo” è un fenomeno annoso, a fronte di una maggioranza di personale femminile (specialmente in settori strategici come quello socio-sanitario, scolastico e della pubblica amministrazione) la dirigenza è quasi sempre declinata al maschile. Le ultime elezioni hanno visto una crescita della rappresentanza femminile sia in Parlamento (soprattutto grazie al contributo del nostro partito) che negli organi assembleari degli enti locali. E’ chiaro però che l’introduzione di quote e di norme quali la doppia preferenza di genere deve essere anche accompagnata da un’incentivazione della partecipazione delle donne alla vita politica e a quella dei partiti rimuovendo quegli ostacoli che in questi anni l’hanno sempre limitata. Se sono tante infatti le donne che portano il loro contributo nelle associazioni e dimostrano un alto livello di impegno sociale, le donne iscritte ai partiti politici (compreso il nostro) sono una minoranza. Se ciò è dovuto in parte al permanere di stereotipi e alla scarsa fiducia accordata alla politica negli ultimi anni, bisognerà però avviare una riflessione sulla conciliazione dei tempi anche in politica, in modo da non replicare le problematiche che le donne già devono affrontare nel mondo del lavoro. E’ poi necessario, è questo è uno dei compiti fondamentali della Conferenza delle donne, incrementare la partecipazione e l’iscrizione, soprattutto delle più giovani, con campagne ad hoc.

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